Un incidente provocato dalla omissione delle più elementari norme di sicurezza per un impianto del genere situato vicino al centro abitato.

di Gabriele Zaffiri

Lo stabilimento ICMESA comincia la sua attività nel territorio del Comune di Meda nel 1947. Lo stabilimento produce prodotti farmaceutici ed è di proprietà della multinazionale GIVAUDAN. Nel 1963 la ICMESA diventa di proprietà della Hoffman-La Roche. Da subito iniziarono le proteste degli abitanti della zona e le denunce per gli effetti che l’impianto aveva sull’eco-sistema della zona: gas maleodoranti che fuoriuscivano dai camini, l’inquinamento del torrente Certosa o Tarò. Ma tutte le denunce sugli effetti nocivi della fabbrica e le varie accuse furono rigettate dai dirigenti dello stabilimento e non vennero mai presi provvedimenti. Al momento dell’esplosione del reattore chimico si era già al corrente tra gli addetti, che con il surriscaldamento dei materiali di lavorazione si sarebbe formata diossina, ma si sapeva anche, che aumentando la temperatura i tempi di reazione chimica dei prodotti sarebbe diminuita (da 5 a 1 ora) e si avrebbe avuto più prodotto in meno tempo. Gli addetti sapevano che altri incidenti da codesti impianti, erano avvenuti nel tempo in altre nazioni, e sapevano anche dei loro effetti catastrofici sull’ambiente. Sapevano anche che il camino sopra il tetto dell’impianto era privo di abbattitore. Sapevano che i termometri per controllare la temperatura degli impianti erano insufficienti a controllare la reazione. Perciò l’incidente fu provocato dalla omissione delle più elementari norme di sicurezza per un impianto del genere situato vicino al centro abitato. E nonostante questo “la fabbrica dei profumi” ( così come la chiamavano gli abitanti del luogo), ha continuato a funzionare per anni celando la sua pericolosità anche agli stessi operai che vi lavoravano.
“Diossina è un nome generico che indica vari composti tossici; il più noto, indicato con la sigla TCDD, si forma come sottoprodotto nella preparazione del triclorofenolo, sostanza utile a produrre erbicidi e battericidi.” “La diossina è una sostanza altamente tossica in grado di provocare seri danni al cuore, ai reni, al fegato, allo stomaco e al sistema linfatico”.Il composto si deposita sui terreni, non è assolutamente biodegradabile e non l’intaccano nemmeno i microrganismi presenti nel terreno. Penetra nell’organismo attraverso la respirazione, per contatto con l’assunzione di cibo, soprattutto carne, pesce e latticini. Nei casi di esposizione a concentrazioni e poiché si deposita nei grassi, è soggetta ad accumulo biologico. Nei topi  da laboratorio provoca tumori, disturbi al sistema nervoso, anomalie genetiche . Ancora non è stato accertato quali possano essere gli effetti a lungo termine sull’uomo. Gli abitanti di Seveso e zone limitrofe sono ancora oggi soggetti da laboratorio per lo studio degli effetti della diossina. La diossina non uccise nessun essere umano al momento, ma distrusse l’equilibrio eco-biologico di una vasta aera di territorio e decretò la morte civile di un’intera popolazione. Si sospetta che a 30 anni di distanza il terreno sia ancora intriso di diossina nonostante lo stabilimento chimico sia stato interrato ed al suo posto ci sia ora il ” Bosco delle Querce” impiantato in seguito nella zona, con flora e fauna importata a segnare con un itinerario della memoria un evento da non dimenticare.Il disastro provocò una destabilizzazione socio-economica di tutta l’area con enorme disagio per gli abitanti che dovettero abbandonare la loro terra, le loro case, il loro lavoro , gli animali. Rinunciare a tutto quello che avevano costruito o progettato per il loro presente e per il futuro. Non si coltivò più. Molte donne in gravidanza in quel periodo preferirono abortire e le coppie smisero di fare figli. Famiglie intere furono sradicate delle proprie radici e subirono, nei trasferimenti coatti, anche l’umiliazione di sentirsi emarginati dall’ignoranza della gente che non sapeva cos’era la diossina, e vedeva in loro un pericolo per la propria salute. 80.000 gli animali morti o abbattuti, 158 gli operai esposti alla contaminazione. Un numero imprecisato di bambini rimarranno sfigurati dalla cloracne e porteranno sulla propria pelle gli effetti di questa micidiale sostanza con problemi psicologici che mineranno la loro vita. La responsabilità ricadde in sede processuale sui dirigenti dell’impianto che vennero condannati nel 1983 per disastro colposo e lesioni. I 200 milioni in vecchie lire pagate dalla multinazionale svizzera per il risarcimento furono usati per la bonifica dei terreni più contaminati come la zona A di Seveso dove tutto era stato raso al suolo perché irrecuperabile. I danni materiali e morali di questo disastro ecologico provocato dall’uomo restano incalcolabili. Tutti i materiali contaminati asportati vengono depositate in due discariche speciali: la vasca A, a sud di Seveso, dove finiscono le macerie dello stabilimento ICMESA, tutti i terreni oggetto della discarica e i materiali usati per la bonifica del territorio di Seveso per un volume di circa 200.000 m3. Nell’altra vasca la B, posta più a nord nel Comune di Meda finiranno tutti i materiali contaminati della zona nord e i fanghi del depuratore di Seveso per un volume di circa 80.000m3.”In seguito all’incidente di Seveso ed altri dovuti all’incuria dell’uomo in proposito di sistemi di sicurezza di impianti chimici e consimili, la Comunità Europea emanò nel 1982 la direttiva n° 82/501 relativa ai rischi di incidenti rilevanti connessi con determinate attività industriali. La direttiva prevedeva determinati obblighi amministrativi e sostanziali riguardo all’atteggiamento da seguire nella gestione dell’esercizio di attività ritenute pericolose sulla base della tipologia di pericolosità dei materiali, e del quantitativo detenuto. La direttiva viene recepita dall’Italia 6 anni più tardi con il DPR 175/88.” In molte persone l’immagine della diossina divenne simile a quella della radioattività: si trattava di una sostanza invisibile, nociva anche in quantità molto basse, e veniva utilizzata in guerra come arma militare. Infatti, si è ipotizzato, a tal proposito, che proprio a Seveso si producessero armi chimiche militari. Due sono i dati di fatto accertati: all’ ICMESA si produceva triclorofenolo altamente diossinato; la diossina di Seveso, avendo proprietà altamente cancerogene, non poteva servire per quello che la Givaudan, un’altra committente dell’impianto, sosteneva di produrre: disinfettanti ospedalieri e prodotti cosmetici. Quindi si sarebbe potuto avere il seguente scenario: il prodotto era assemblato a Seveso ma venduto in Svizzera per essere poi girato negli USA, dove, con molto probabilità, veniva miscelato con altri composti chimici fino a farlo divenire il micidiale “Agente orange”, un defoliante che produce effetti mostruosi sul corpo umano e che tanta, drammatica diffusione ha avuto durante la guerra del Vietnam, e che tra il 1961 e il 1973 vide ben 3181 villaggi colpiti da questi erbicidi, irrorati ad un livello pari tra i 7 e i 9 milioni di litri, colpendo, secondo un calcolo effettuato a posteriori nel 2003, tra i 2 e i 4 milioni di persone. Comunque le varie inchieste che hanno portato a questa ipotesi non hanno però mai trovato, ufficialmente, né alcuna conferma e né alcuna smentita.