Amante delle sottane, soprattutto quelle giovani, spocchioso e megalomane in una Roma  autoritaria e poco tollerante alla spavalderia.

di Claudia Maiarelli

In una Roma che era ancora  ben lontana da quella che sarebbe diventata la metropoli di oggi, tra il 1924 e il 1927 vennero perpetrati rapimenti, stupri e omicidi ai danni di ragazzine ancora in tenera età. La paura  e l’orrore che conviveva tra la gente era altissima, tanto che la stessa vita sociale del popolo  romano non era più la stessa nonostante vigesse uno Stato con un regolamento alquanto severo e poco propenso all’indulgenza. Bastava rubare una bicicletta per essere fucilati, figuriamoci per crimini più cruenti cosa potesse accadere al delinquente senza remora. Madri di famiglia che si asserragliavano tra le mura domestiche con le proprie bambine per evitare che finissero lette sui necrologi dei giornali e,  gli stessi uomini, anch’essi limitati  e diffidenti per quel clima ambiguo che si era creato tra la popolazione. Anche per l’innocente più innocente, avvicinarsi o rivolgere una sola  parola ad una bimba incontrata  in strada o in un giardino pubblico, magari soltanto per chiedere un’indicazione, faceva si che venisse subito interpretato come un potenziale adescatore, incappando così nel rischio di un eventuale massacro pubblico… Come passa il tempo e con esso non solo le tendenze ma anche il modo di pensare delle persone, ora vince il cinismo, il potere, la scalata al successo immeritato e la macchina della giustizia in tutto questo non è rimasta immune, anzi sembra essersi fermata lì, con gli stessi errori del tempo. Ci stupiamo ancora leggendo libri o ritagli di giornali dell’epoca su un Girolimoni presunto colpevole o innocente, ma come citava Massimo  d’Azeglio, “L’Italia è l’antica terra del Dubbio” e, ancora oggi ,casi analoghi riempiono Tribunali e le prime pagine di  testate giornalistiche. Un caso tra tanti, che ha turbato diversi animi e meno la coscienza di chi ha sentenziato una condanna immorale, è quello  che, alcuni anni fa vide un “togato” condannare un portatore di handicap. Quest’ultimo, infuriato a ragion veduta perché non poteva salire sul tram si era aggrappato alla maniglia del mezzo bloccando così la partenza dello stesso. L’autobus sul quale doveva salire infatti, pur essendo un mezzo pubblico e quindi fruibile a tutti, non era provvisto di pedana ribassante per la sua carrozzina e quindi  per lui era una “mission impossible.” Dopo un tiremmolla tra le parti in aula di tribunale, al povero disabile non era bastato vedersi regalata la beffa, ma anche il danno di dover pagare una somma perché ritenuto oltretutto essere colpevole di interruzione di pubblico servizio. Ma di che servizio pubblico si trattava se lo sventurato non poteva usufruirne ? Ma del problema sociale ne prendiamo atto solo per far numero di udienze nelle aule di tribunale, o lo si affronta alla radice e in maniera seria e in sedi appropriate?  Mi sovviene un dubbio a tal domanda, se il malcapitato invece di infuriarsi aveva pazientato lì, tranquillo e beato, anche tutta la giornata aspettando come manna dal cielo un anima caritatevole che lo riportasse a casa magari solo borbottando senza ingiurie e lamentele, quante persone si sarebbero avvicinate a chiedergli il perché del borbottio e del disagio? Se fosse passato per casualità il “togato”  che in seguito lo ha omaggiato dell’accusa, cosa avrebbe fatto? Si sarebbe mai posto la domanda del perché  il poveretto borbottava? No, perché non era né un suo familiare né un conoscente,  la cosa non poteva che scivolargli addosso anzi, ha semplificato addirittura lo ha condannato. Ma la lista sull’ingiustizia sarebbe lunga, troppo lunga, come i moltissimi carcerati in attesa di giudizio, ma non quello giudiziario, bensì quello divino, perché la maggior parte di essi, muoiono ancor prima di essere giustiziati. Ancora un altro scandalo accaduto più recentemente, a dimostrazione  che l’Italia è ancora come ai tempi di Girolimoni, già perché oggi come allora,  serve sempre un colpevole. Eppure oggi non ci sono né camice nere, né un regime dittatoriale che imponeva come si pensava allora, di dover condannare comunque e a tutti i costi, salvaguardando senza screditare la figura dell’uomo che lo rappresentava. Tant’è che alcuni mesi fa, venne messo alla berlina un ragazzo, i Tg nazionalpopolari ci aprivano addirittura i notiziari come  fosse una “notiziona” eclatante, la fine di un incubo, del resto anche in quel caso serviva un colpevole, e per una frase mal interpretata e una telefonata equivocata in “fischi per fiaschi” il poveretto si è fatto quarantotto ore di carcere, è stato  additato come aguzzino, ha perso un lavoro… e poi?  Contro di lui non c’era nulla, è stato scagionato e liberato, ma resta l’amaro in bocca e la delusione per chi lo ha danneggiato nella dignità e  lo sdegno di chi soprattutto non sarà mai accusato per averlo calunniato. Non scomodo la morale, ma l’etica. Dura lex sed lex… Ma la legge non è uguale per tutti…! Se si cita un disabile in tribunale,  per non aver commesso reati ma solo per aver fatto valere i propri diritti umani anche andando su tutte le furie o si accusa un ragazzo per una telefonata intercettata e mal interpretata come si può pensare che a un Girolimoni  già spocchioso e amante delle sottane giovani non accadesse quello che la leggenda racconta…?