Un imprevisto giudiziario, un appiglio, uno stratagemma e i criminali avrebbero anche potuto schivare la pena di morte, forse, sarebbero anche rientrati in quella tipologia di persone libere. Invece, tutto è andato secondo la legge vigente, non ci fu tempo per i dettagli né tanto meno per le attenuanti generiche, nessuna arringa ebbe credibilità e, nessun principe del foro, ebbe supremazia.


di Claudia Maiarelli

… Lo sguardo cade stranamente sopra un coperchio che chiudeva una vecchia cisterna, la nota stonata era che da quel coperchio uscivano fili d’erba e chicchi di grano, il ragazzo alza il coperchio e con un badile inizia a frugare nella cisterna, nel muovere il badile sente che qualcosa si impiglia estraendolo con curiosità, si accorge che nel bastone si era incastrato un grembiule da donna, il  classico grembiule dell’epoca che le donne usavano per cucinare, il ragazzo spaventato,  avverte subito i carabinieri. In breve tempo la cascina diventa un campo di battaglia, carabinieri e vigili del fuoco lavorano alacremente e senza sosta. Uno dopo l’altro come in una lenta Via Crucis vengono estratti dalla cisterna i corpi martoriati degli occupanti della cascina, ma non tutti erano stati uccisi e gettati lì, alcuni erano stati scaraventati dentro la cisterna ancora in stato di shock, ma questo si venne a sapere dopo, solo quando fu eseguita l’autopsia. C’erano alcuni particolari però che  in qualche modo accomunava questi cadaveri, tutti avevano legati ai piedi enormi massi, ovviamente per farli andare il più possibile a fondo, e tutti avevano i polsi legati. Le indagini ripartirono e portarono all’identificazione dei criminali, era una banda di malviventi di origine siciliana, che dal profondo Sud si erano trasferiti al Nord in cerca di lavoro, tant’è che uno di loro aveva anche lavorato per l’avvocato Gianoli. I carabinieri, dopo molti depistaggi da parte della stessa banda, li  scovarono comunque, e arrestarono i siciliani. Passò il tempo e i colpevoli chiesero la grazia al Capo dello Stato, Enrico De Nicola, ma questi  letti i verbali, la  requisitoria e le confessioni, con l’autorevolezza che era di sua appartenenza, disse, no!  Quando arriva  in carcere la notizia che la Cassazione ha respinto la domanda di condonare la sentenza di morte, e De Nicola non ha accolto la grazia, ruggiscono come leoni in gabbia. Gli uomini del plotone d’esecuzione si sono schierati di fronte al muro dei condannati. Il massacro di Villarbasse è ancora oggi considerato nella storia della giustizia italiana un vero spartiacque tra il nuovo e il vecchio, e tra il prima e il dopo. Quella mattina, alle 7.41 a Torino,  la giustizia italiana ricorse alla pena di morte,  l’ultima della nostra storia. Nel 1874 a Città di Castello, in provincia di Perugia, l’ultima condanna alla ghigliottina avvenne invece per un omicidio a sfondo familiare, certo fosse accaduto ora sarebbe quasi passata inosservata, visto la quotidianità di omicidi perpetrati tra le mura domestiche, ma non fu così quel 27 Settembre del 1874 per un ragazzo figlio di un mugnaio tifernate. Certo, il ragazzo aveva messo incinta una sua coetanea e sarebbe stato disposto a ricorrere al matrimonio riparatore, ma il padre del giovane si era intestardito per non farlo sposare, non vedeva di buon occhio la futura nuora, vedeva il lei solo un’arrivista, una donna che si voleva appropriare solo dei suoi beni immobili. Ogni giorno era una lite, ogni giorno il giovane veniva ricattato moralmente dal padre, finché un giorno il giovanotto esausto dalle furibondi liti, ingaggiò un sicario. L’omicidio gli costò solo 10 scudi, ma  pochi giorni dopo la sua testa era sotto la lama della ghigliottina. Per eseguire la condanna fecero arrivare un “giustiziere”dalla Sicilia, la lama scese veloce come la luce, fu l’ultima decapitazione a Perugia per chi aveva commesso reati. Oggi, dopo 64 anni dall’ultima pena capitale, i tempi sono cambiati come pure è cambiato il diritto penale. Anche la legge ha i suoi tempi, le sue mode, delinquenti che si accaniscono con ferocia inaudita, possono avere la consapevolezza di ciò che stavano facendo? Può il carcere catechizzare persone capaci di crimini così efferati? Queste sono le domande che oggi molte persone rivolgono alla scienza e alla giustizia, leggendo ogni giorno, perché ogni giorno ci sono vittime di delitti così aberranti. “Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”,  sarebbe meglio dire la coscienza, ma  intanto noi  restiamo a vedere l’imprescindibile iter delle perizie psichiatriche, calligrafiche e balistiche dei presunti colpevoli che, dopo essere stati rinchiusi in un interstizio per qualche mese, c’è la possibilità non solo di rivederli in libertà ma anche vederli  spavaldamente camminare a testa alta, perché a pensarci bene, un abile avvocato trarrebbe la drammatica conclusione, che nessuno è colpevole e che forse, i criminali non esistono proprio.