Il Dottor Andrea Grosz psichiatra e psicoteraputa a Mestre spiega dal punto di vista medico quello che i mass media hanno semplificato in uno slogan

Il farmaco di cui i media hanno parlato come della “pillola per dimenticare” è il propanololo, già in produzione e commercio da diverse decine d’anni ed impiegato come beta-bloccante (un antagonista di recettori dell’adrenalina) in alcuni casi di ipertensione, di emicrania e di angina pectoris. Durante l’uso si era notato un effetto collaterale, che ora si vorrebbe sfruttare in senso terapeutico, e cioè che i soggetti che lo assumevano avevano spesso dei disturbi della memoria. Si tratta più in particolare di interferenze non tanto con il ricordo di un episodio in sé, quanto con la memoria della sofferenza che si associa a tale episodio, e che evoca comportamenti di evitamento o di contrattacco nella speranza di diminuire l’angoscia determinata dall’esperienza negativa.Tale effetto è mediato da alcune strutture particolari dell’encefalo, quali l’amigdala (sede principale della paura e delle azioni aggressive) e porzioni del lobo frontale dove viene integrata l’esperienza emotiva con le facoltà cognitive e dove avviene la programmazione psicomotoria delle azioni. In sostanza quello del propanololo è un effetto che riduce (non elimina) la risonanza emotiva di un avvenimento, e presuppone che il ricordo di cui si tratta sia abbastanza recente da essere conservato in questi circuiti neuronali, poiché i ricordi più antichi vengono poi depositati attraverso meccanismi che coinvolgono l’acido ribonucleico (RNA) all’interno di taluni neuroni e quindi sono meno sensibili a questo meccanismo. La sua azione dunque sembra più ansiolitica, anti-angoscia, che di vera e propria cancellazione del ricordo come la parola “oblio” farebbe invece presupporre. Le situazioni in cui verrebbe proposto il ricorso al propanololo sarebbero quelle di recenti eventi traumatici, quali catastrofi, incidenti, stupri e simili, che possono andare a costituire quella sequela di sintomi che classifichiamo sotto il nome di “disturbo post-traumatico da stress”. Naturalmente, come per tutti gli altri farmaci, potrebbero esservi anche altri e meno nobili impieghi, per esempio per ridurre il senso di sofferenza e di colpa di killers o mercenari e renderli più capaci di compiere misfatti, o eccessi nel senso di voler eliminare anche la minima fonte di dispiacere. L’assunzione di questa sostanza, magari ad alti dosaggi per raggiungere il desiderato oblio, comporta l’insorgenza di effetti collaterali sgraditi e potenzialmente pericolosi, in particolare se il soggetto soffre già di patologie come asma bronchiale, ipotensione, bradicardia, e pertanto il suo uso va fatto sotto indicazione e controllo medico. L’effetto del propanololo sulla memoria, anzi sulla componente emotiva del ricordo, non è del tutto chiarito, e comunque sicuramente non è specifico per un tipo di ricordo rispetto ad un altro: c’è quindi il rischio (anzi, già risulta da alcune sperimentazioni) che l’oblio del dolore venga raggiunto a prezzo di una diminuzione anche di altre sensazioni, magari piacevoli. Se il nostro scopo è quello di diminuire l’affettività di una persona, questo risultato è già conseguito dai principali psicofarmaci contro la psicosi, che spesso danno il classico “appiattimento” del paziente, evenienza che nella cura rappresenta uno sgradito effetto collaterale anziché uno scopo. Debbo notare che “pillola per dimenticare” , o “pillola dell’oblio” è uno slogan, una modalità di presentazione di sicuro ed efficace impatto mediatico, che però mal si presta in campo medico perché crea fraintendimenti, false aspettative, delusioni e quant’altro. Si ricordi per esempio quando, più di 15 anni fa, fu propagandata la “pillola della felicità”: non mi risulta che la gente sia stata più felice da allora in poi. Ciò non  toglie che si trattasse di un farmaco sicuramente efficace e che trova ancor oggi indicazioni ed utile impiego, ma era appunto un farmaco, con i suoi effetti benefici ed i suoi effetti collaterali, le sue indicazioni in alcuni casi piuttosto di altri, la sua associabilità ad altri farmaci e/o a trattamenti psicoterapeutici: insomma era un antidepressivo e non il magico toccasana. Un’altra considerazione: paradossalmente si parla di pillola per dimenticare quando invece la ricerca in campo psicofarmacologico è piuttosto indirizzata al contrario, ossia alla “pillola per ricordare”, a  farmaci cioè che combattano o limitino i decadimenti demenziali (Alzheimer e forme vascolari –cosiddetta “arteriosclerotiche”- in primis), generalmente andando ad interagire con il sistema dei neurotrasmettitori dell’acetilcolina. Credo si debba fare anche una riflessione più generale sul significato dell’emozione, che rappresenta un patrimonio dell’essere umano, anche se a volte viene esasperata dalle circostanze fino a limiti di inaccettabile sofferenza. Si tratta di una funzione umana, anche utile come il dolore fisico, che ci avverte di qualche problema nel corpo, o del dolore morale, che ci indica qualche conflittualità non risolta dentro di noi. Costituisce un aspetto inalienabile della nostra storia, delle nostre esperienze che fanno crescere anche quando sgradevoli, soprattutto della nostra identità, che quando messa in crisi può portare fino all’alienazione psichica. Il fatto di eliminarla solo perché sgradita porta ad un essere artificiale, estraneo a se stesso, che non sa più porsi il senso della propria continuità e del proprio significato esistenziale: credo si finirebbe per incrementare una situazione di vuoto che oggi è già fin troppo presente e alla fine, ci fa ritrovare in altra forma e in altre proporzioni proprio l’angoscia da cui cercavamo di fuggire. Può sembrare che io sia assolutamente ostile all’uso di questo farmaco: in realtà non è una posizione di chiusura preconcetta, e oltre tutto nella mia pratica quotidiana uso anche farmaci ansiolitici e antidepressivi, che cercano di ridurre il livello dell’ansia e della sofferenza morale. Vorrei solo puntualizzare oltre alla già ricordata ingannevolezza di certe definizioni accattivanti come quella di “pillola per dimenticare,” che il problema non è solo quello di eliminare dei sintomi, ma di riuscire a capire il significato di quello che vi sta sotto. Un’esperienza dolorosa, anche quella traumatica, solitamente viene superata non per espulsione, ma per integrazione nel sé della persona, e questo richiede un lungo travaglio interno, un richiamare più volte alla memoria l’episodio per riuscire a padroneggiarlo e a significarlo, come testimoniano i caratteristici e ripetuti incubi notturni nella fase di uscita psicologica da un trauma violento. Per dirla freudianamente “ricordare, ripetere, rielaborare”. Ben vengano i farmaci che ci aiutano a superare momenti gravi e patologici, e del resto gli psicofarmaci usati scientemente hanno permesso fondamentali progressi nella qualità di vita: ma si tratta di usarli come mezzi nel nostro cammino esistenziale, non di creare un funzionamento artificiale dell’essere umano.

Dr. Andrea  Grosz
Psichiatra-psicoterapeuta
Mestre – VE